La trasformazione della sanità pubblica italiana sta ridisegnando il modo in cui immaginiamo e viviamo le cure: meno centralizzate, più vicine alle persone, radicate nel territorio. Le case di comunità, gli ospedali territoriali e l’assistenza domiciliare sono i cardini di un modello che mette il cittadino al centro.
Questa rivoluzione, che ha il volto della prossimità, ci ha spinto a riflettere su un tema cruciale: la sicurezza degli operatori sanitari che devono poi effettivamente operare sul territorio.
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A giugno abbiamo tenuto un webinar dove abbiamo discusso del problema della sicurezza degli operatori sanitari partendo dai numeri, che purtroppo parlano chiaro: in Italia si contano ogni anno circa 5.000 aggressioni agli infermieri, vale a dire 13–14 episodi al giorno. I dati più recenti purtroppo non sono positivi, considerando che solo nel primo trimestre del 2025 l’AMSI ha registrato quasi 6.500 casi di violenza contro operatori sanitari, un aumento del +37% rispetto allo stesso periodo del 2024.
Dietro le statistiche c’è una realtà fatta di aggressioni verbali, minacce taciute e di paura che diventa abitudine. Tutto questo produce conseguenze pesanti sugli operatori come stress cronico, perdita di motivazione, abbandono della professione, che si ripercuotono sull’intero sistema di cura.
Il DM77/2022, insieme alle risorse del PNRR, ha spostato il baricentro della sanità fuori dagli ospedali, verso modelli di prossimità. Una transizione positiva, ma che cambia radicalmente anche gli scenari di rischio. Le nuove strutture territoriali spesso non hanno presidi di sicurezza fisici, l’assistenza domiciliare espone a situazioni imprevedibili e le guardie mediche notturne operano spesso in contesti periferici e isolati. La prossimità, insomma, porta benefici per i pazienti, ma rende più fragile la posizione di chi lavora per offrire l’assistenza.
In questo contesto, la tecnologia non è un “optional”, ma uno strumento strategico. L’abbiamo visto con i sistemi di allarme personale e i terminali mobili dedicati al personale sanitario, capaci di:
Sono soluzioni nate in contesti industriali e penitenziari, ma che oggi si rivelano essenziali anche in sanità. Il loro impatto non è solo pratico, ma psicologico: chi sa di poter contare su un supporto costante lavora con più fiducia, meno ansia e maggiore disponibilità ad affrontare situazioni complesse. La sicurezza diventa così anche una leva di efficienza: riduce assenteismo e conflitti, velocizza la gestione delle emergenze e migliora la qualità percepita dal paziente.
Eppure non basta distribuire dispositivi o software: è fondamentale formare il personale, incentivare la segnalazione degli episodi, adottare protocolli condivisi e garantire una governance chiara.
Parlare di sicurezza significa, in realtà, parlare di un sistema sanitario più sostenibile e resiliente: ogni operatore che resta nel servizio pubblico perché si sente protetto, ogni cittadino che trova una risposta tempestiva e serena sul territorio, è la prova che investire in protezione genera valore.
Oggi l’operatività sul territorio è percepita come un punto critico della sanità italiana, ma può diventare il suo vero punto di forza, se i vari soggetti coinvolti sapranno fare sistema, partendo innanzitutto dalla sicurezza di chi, quotidianamente, si interfaccia con il cittadino e mettendo quindi gli operatori nelle migliori condizioni di poter svolgere la propria professione.